La letteratura arabo-cristiana e le scienze nel periodo abbaside (750-1250 d.C.). Atti del 2º convegno di studi arabo-cristiani, Roma 9-10 mar
zo 2007, a cura di Davide Righi, 336p, € 36.00 (ISBN 9788871581637)
Papers presented include (the titles in bold are in english, the others in italian):
The Koran and the Syriac Christian tradition
The emergence of Islam in the Works of three Arab-Christian writers
The Role of the Bā Šōš School in the Syriac Tradition and on Early Arabic Literature
The Expression of the Syro-Oriental Church in the Thought of Timotheus the First (728-823)
The Evolution of Christology in the Theology of Abraham of Tiberias
The Religious Geography of Edessa at the time of Abū Qurrah
The Christian influence upon the Cultural Revolutions in Baghdad
The Place of Reason in an Early Arab-Christian and Muslim Dialogue
The Epistle of Ḥunayn Ibn Isḥāq and its Critique in Arabic Sources
“Creation” in Yaḥyā Ibn ‘Adī
The so-called «mawǧudāt» in Yaḥyā Ibn ‘Adī
The «kitāb tahḏīb al-aḫlāq» by Yaḥyā Ibn ‘Adī
Arabic recensions of Paul from Tamma’s “ Life
Indirect and New Direct Manuscript Sources for Theological work of Sulaymān al-Ġazzī
Thomas of Kafartab.
Samir Khalil Samir, La rivoluzione culturale introdotta a Baġdād dai Cristiani
L’apporto dei cristiani d’Oriente fu fondamentale nello sviluppo delle scienze in epoca abbaside: non solo la filosofia, ma anche scienze quali la medicina, la matematica, la chimica, ecc. vantano dei cristiani tra i loro principali esponenti. Ciò è attestato nei documenti e nelle testimonianze che ci sono pervenuti anche, e soprattutto, grazie ai musulmani.
Il processo di assimilazione delle scienze da parte dell’Islām fu avviato dai cristiani attraverso una intensa opera di traduzione dei testi dal greco e dal siriaco verso l’arabo, cui si dedicarono personaggi del calibro di Ḥunayn Ibn Isḥāq, Qusṭā Ibn Lūqā e Yaḥyā Ibn ̒Adī. Spesso poi questi autori non si limitavano a tradurre, ma arricchivano le opere e ne componevano di nuove e originali. In questo senso, Baġdād – la capitale degli abbasidi – diventa il centro propulsore di una «rivoluzione», di un «rinascimento» la cui genesi è da riconoscere nello scambio interculturale tra cristiani e musulmani. Tuttavia, presto emergerà una tendenza in totale contrasto con questa apertura, una reazione «fondamentalista» che, chiudendo la porta all’uso della ragione nella riflessione religiosa, inaugura un periodo di decadenza, dal quale – a parte la parentesi della Nahḍah – il mondo arabo-islamico fatica ancora oggi a risollevarsi.
Bartolomeo Pirone, Gli albori dell’Islām in tre storici arabo-cristiani
L’analisi delle testimonianze degli storici arabo-cristiani sulla vita del profeta Muḥammad e l’avvento dell’Islām può rivelare molti aspetti interessanti riguardo al modo in cui fu recepito questo inatteso evento, anche se generalmente tali compilazioni si caratterizzano per l’obiettività e l’assenza di giudizio. In particolare, tre sono le figure prese in esame in questa sede: Agapio di Gerapoli, la cui opera può essere considerata un esempio tipico, un modello cui si ispireranno altri cronachisti arabo-cristiani dopo di lui; Eutichio, che nei suoi Annales è così avaro di dati storici su Muḥammad, la sua vita e la prima cronaca musulmana da tradire una certa parzialità, o forse si può ipotizzare l’intervento di omissioni o lacune in sede di trasmissione del testo; al-Makīn, la cui Cronaca – al contrario – abbonda di notizie biografiche e storiche, per le quali attingerà, come altri autori arabo-cristiani, all’opera di al-Ṭabarī. In questo senso, al-Makīn fa parte di una serie di autori che, oltre a dimostrare conoscenza dei fatti, esprimeranno attraverso le loro opere grande rispetto e considerazione per il patrimonio religioso e culturale dei musulmani.
Manuela Galizia, Il Corano e la tradizione cristiana siriaca
Questo intervento presenta gli studi indipendenti di Lüling e Luxenberg, due autori contemporanei di lingua tedesca. Essi intendono dimostrare l’influenza della Chiesa siriaca sulla nascita e sulla formazione del Corano. La Chiesa d’oriente prevedeva, infatti, l’uso liturgico del siriaco ma traduceva nella lingua locale i testi del «Lezionario» detto Qeryānā (da cui deriva il nome arabizzato di Qur’ān) e delle Sacre Scritture, con relativi commenti. Composto prima che l’arabo fosse un idioma codificato, il Corano sarebbe dunque un libro cristiano, scritto per convertire i beduini del deserto. Successivamente le evidenti lacune nella tradizione mnemonica e la crescente ideologizzazione islamica ne hanno cambiato l’interpretazione, cambiando anche il significato di molti passaggi. Lüling e Luxenberg hanno trovato versi del Corano con significati assai diversi dalla vulgata tradizionale, al punto da stravolgere anche il «senso» tramandatoci, i dogmi e la conseguente mentalità musulmana. La traccia filologica della lingua aramaica nel Corano, anche dal punto di vista sintattico, possiede presupposti scientifici tali che – se approfondita – potrebbe chiarire la nascita dell’Islām come parte integrante della storia della Chiesa. È sorprendente trovare nel Corano testimonianze cristiane che affermano la Passione del Signore, come ad es. nella sura 74 riveduta da Lüling, o addirittura un richiamo esplicito di partecipare alla Messa, come ha scoperto Luxemberg nella sura 96, riveduta sotto il profilo dell’esegesi siriaca.
Ma rimane ancora tanto da scoprire (anche storicamente) nel Corano da augurarsi che ci sia il coraggio e la collaborazione degli specialisti per chiarire il possibile. Vale la pena continuare a battere questa strada e approfondire questo tipo di studi: forse così riusciremo a riempire il fossato profondo che si è creato (e voluto creare) fra noi e i musulmani. Per «non aver timore» ci basti la sicurezza che nel Corano – come ci è stato dimostrato da questi coraggiosi studiosi – c’è il seme del Vangelo e quindi di Cristo che porta all’unità quando lui vorrà. Allora forse capiremo che la presenza di milioni di credenti che praticano ancora la preghiera, il digiuno e l’elemosina è segno della Provvidenza divina e non una condanna per loro e per noi!
Vittorio Berti, La scuola di Bāšōš nella storia e nella cultura siro-orientale
L’importanza della scuola di Bāšōš nella storia e nella cultura siro-orientale resta oggi tutto da scoprire e valutare nella sua reale portata. La vicenda di questa istituzione, che gli studiosi di siriaco non ignorano nelle sue grandi linee, sembra infatti rivelare ad una riflessione più approfondita che la sua collocazione nel contesto intellettuale del tempo – le più antiche testimonianze di questa scuola risalgono all’viii secolo – fu tutt’altro che marginale. Collocata in un piccolo borgo della diocesi siro-orientale di Marga, questo centro sembra essere sorto come istituto scolastico primario, ma il tenore della figura cui è legata la sua memoria, ossia Abramo l’Interprete, induce a pensare che col tempo abbia acquisito un ruolo ben diverso, quello di polo intellettuale di alto livello, dove ci si dedicava all’esegesi biblica, alla traduzione di testi, all’attività apologetico-confutativa. In questo senso, la scuola di Bāšōš si inserisce come anello di congiunzione tra la scolarità siro-orientale del vi-vii secolo e la fioritura ellenizzante del ix.
Salvatore Santoro, Timoteo I (728-823): espressione della chiesa nestoriana al suo apogeo
Alla morte del Catholicòs Ḥenānīšū‘ ii, nel 778/779, dopo un lungo periodo di rivalità tra i vescovi, con metodi forse discutibili, Timoteo i vescovo di Bēṯ Baġāš divenne la nuova guida della Chiesa nestoriana.
Formatosi alla scuola di Bāšōš Timoteo i fu un uomo colto, esperto in filosofia, amante della cultura greca e delle scienze profane, teologo ed esperto in esegesi delle Sacre Scritture, conoscitore della patristica e canonista. Ha sempre inteso la cultura come «strumento» per il servizio all’uomo e «chiave» di accesso per la partecipazione alla vita del paese.
Motivato da un forte impegno pastorale è stato un difensore dell’ortodossia, fermo e deciso a non lasciare spazio agli abusi dottrinali e disciplinari; all’esterno si è contraddistinto nel promuovere e realizzare missioni al di fuori dei tradizionali confini della sua chiesa. I suoi sacerdoti dovevano essere istruiti, conoscere le Scritture, i Padri, la filosofia e la logica aristotelica, affinché fossero testimoni della fede all’interno della Chiesa e difensori di essa di fronte ai pericoli dell’eresia monofisita, severiana o messaliana.
Il suo patriarcato, durato quasi mezzo secolo, ebbe luogo sotto il regno di cinque differenti califfi con i quali seppe mantenere relazioni diplomatiche fuori dal comune.
Timoteo volle una chiesa viva, aperta all’ambiente circostante e integrata nel tessuto sociale; invitò i membri della sua chiesa a partecipare attivamente alla vita culturale, sociale e civile del paese.
Anche come canonista dimostrò modernità di pensiero e si rivelò un uomo attento ai bisogni della sua Comunità nello sforzo di rispondervi.
Non sorprende, dunque, il fatto che gli storici lo abbiano tramandato come Timoteo il Grande.
«Timoteo fu, nella Chiesa nestoriana, ciò che fu S. Giovanni Damasceno nella Chiesa bizantina. S. Giovanni Damasceno ha riassunto tutta la patristica greca; anche Timoteo, come un’ape laboriosa, ha sistematizzato i migliori elementi del nestorianesimo, trasmettendoci un’eredità fortemente ricca e preziosa. (…) Nel sincretismo teologico di Timoteo troviamo lo sforzo di conciliare i princìpi nestoriani con la dottrina dei Padri».
Paola Pizzo, La geografia religiosa a Edessa al tempo di Teodoro Abū Qurrah. Notizie dal «Trattato sull’esistenza del creatore e sulla vera religione»
Il Trattato sull’esistenza del Creatore e della vera religione offre un interessante quadro della «geografia religiosa» all’epoca di Teodoro Abū Qurrah nella regione di Edessa. Inserendosi nel filone apologetico, prediletto dall’Autore, l’opera analizza alcuni fenomeni religiosi del suo tempo –pagani, magi, samaritani, ebrei, cristiani, manichei, marcioniti, seguaci di Gardesane e musulmani – con l’obiettivo ultimo di dimostrare che solo nel cristianesimo risiede la Verità. Come già in un altro dei suoi trattati, quello sulla Libertà, Teodoro si dimostra particolarmente zelante nella descrizione e confutazione del manicheismo, che egli assimila alla zandaqah: testimone in questo senso di una tendenza, peraltro «trasversale», fortemente antimanichea e più in generale antidualista, che caratterizza il suo tempo. Quanto all’Islām, Teodoro offre un compendio molto preciso dei punti essenziali della fede islamica, pur confutandola con vigore. Proprio queste qualità – obiettività e rigore – sembrano essere gli elementi peculiari della generazione di autori arabo-cristiani successiva al Damasceno.
Wafik Nasry, The Place of Reason in an Early Arab-Christian-Muslim Dialogue
In this paper, I present a debate between Bishop Abū Qurrah of Ḥarrān with a group of Muslim theologians in the presence and participation of the Caliph ‘Abd Allāh al-Ma’mūn.
From among 26 manuscripts, my concern was focused on the available Melkite manuscripts written in the Arabic (a total of eleven manuscripts). Some of these manuscripts are complete while others are incomplete.
In this debate, Abū Qurrah uses a variety of ways to argue his points. Some are dependent on the ‘Aql (reason) and others on the Naql (proof text). In all cases, without exception, Abū Qurrah is concerned to argue in a logical manner, by simple syllogism and dialectical logical analogies.
In different parts of the debate, Abū Qurrah also uses selected passages from the Qur’ān to answer the objections he has to counter. Abū-Qurrah demands rationality. He demands consistency and harmony.
I have emphasized the importance of this aspect of the manuscripts because it shows a Christian apologist trying to get across an idea of reason which was not necessarily shared by all of his Muslim interlocutors.
The use of reason in this debate shows courage, intellectual honesty and respect. It shows the «Place of Reason» in inter-religious dialogue. It acts as an offer of a common ground and the necessary freedom with which to continue the dialogue. It also shows respect and confidence in ones debate opponents; it allows them the occasion to understand my view and, at one and the same time, the opportunity to explicate their own view on an equal footing. Reason also demands from both debaters consistency and harmony. Such a striving after a rational discourse is as important today as it ever was.
Davide Righi, «Dio da Dio» «Luce da luce»: evoluzione della cristologia in Abramo di Tiberiade
Il dialogo del melkita Abramo di Tiberiade con l’emiro ̒Abd al-Raḥmān al-Hāšimī, datato approssimativamente attorno all’830 d.C., è un esempio di come la generazione di teologi cristiani successiva a quella del Damasceno comincia ad elaborare un approccio nuovo a questa disciplina. Continuando pur sempre ad attingere alla fonte della tradizione ortodossa, questo approccio nasce dall’esigenza, anch’essa nuova, di spiegare e testimoniare la fede cristiana di fronte ad un nuovo interlocutore: il musulmano. Cristologia, pneumatologia, dottrina monoteistica e fede trinitaria sono solo alcuni dei temi su cui si concentrerà lo sforzo dei teologi arabo-cristiani di individuare un vocabolario che l’ascoltatore fosse in grado di comprendere. È il caso di espressioni quali «Dio da Dio» e «Luce da luce»: in Abramo di Tiberiade non si riferiscono più al «solo signore Gesù Cristo», ma alla Parola di Dio, con un palese richiamo al Corano. Si assiste qui – e forse per la prima volta – ad una sorta di «adattamento» che testimonia un ineluttabile processo di inculturazione della fede.
Rosanna Budelli, L’epistola di Ḥunayn Ibn Isḥāq e la critica alle fonti arabe della medicina
Ḥunayn Ibn Isḥāq può essere considerato uno dei più grandi medici e traduttori arabo-cristiani in età abbaside: il rigore filologico e scientifico del suo metodo non conoscono precedenti nella sua epoca. La sua Epistola a ̒Alī Ibn Yaḥyā ne è uno degli esempi più rappresentativi. Qui Ḥunayn fa ampio riferimento a nomi di medici originari di Ǧundīsābūr, il cui ruolo come centro di trasmissione della scienza medica è stato messo in discussione – al pari di altre istituzioni quali la mitica Bayt al-Ḥikmah – da un filone di ricerca che vorrebbe dimostrare – avvalendosi di un più attento approccio alle fonti – come l’esaltazione della funzione di questa città persiana nello sviluppo della scienza medica sia in gran parte da attribuire alla propaganda nestoriana. Un assunto questo che si basa sulla iniziale preminenza dei cristiani nestoriani tra i medici e i traduttori di opere mediche presso le corti islamiche. Allo stesso tempo, però, questo approccio rischia di «azzerare» ingiustamente il contributo culturale dato dalle comunità arabo-cristiane: un declassamento che, del resto, non trova appiglio sicuro nelle fonti stesse.
Olga Lizzini, Critica dell’emanazione e creazione dal nulla in Yaḥyā Ibn ‘Adī
Vengono qui proposti e analizzati due passi tratti da due opere del filosofo e teologo arabo-cristiano Yaḥyā Ibn ̒Adī, discepolo e successore di al-Fārābī: il Trattato sugli Esistenti – opera in cui l’autore espone gli elementi essenziali della sua ontologia metafisica e fisica – e l’Epistola sull’unità o unicità divina, la Risālah fī al-tawḥīd. Il primo di questi passi descrive le proprietà che definiscono Dio: generosità, sapienza e onnipotenza, mentre il secondo è una dimostrazione del fatto che l’atto creatore di Dio è informato dalla sua libera volontà. Di conseguenza, l’esistenza degli enti non emana dalla loro essenza.
Si pone qui in tutta la sua complessità la problematica della creazione post nihil – sostenuta da Yaḥyā – e della creazione ex nihilo – la posizione di Avicenna. Quest’ultimo, del resto, nella sua Metafisica si pone in aperto contrasto con la dottrina della creazione post nihil, come se gli assunti di Yaḥyā siano stati per lui spunti polemici da confutare. Quella di Yaḥyā è una prospettiva teologica, basata sì sull’onnipotenza di Dio, ma anche sulla Sua assoluta libertà di agire o meno l’atto creatore.
Carmela Baffioni, Le cosiddette «mawǧudāt» in Yaḥyā Ibn ‘Adī
Oggetto di questo articolo è un’epistola di Yaḥyā Ibn ‘Adī, in cui sono descritti i principali argomenti della fisica e metafisica greche e islamiche: Creatore, Intelletto, Anima, Natura, Materia, Forma, Eternità, Tempo, Spazio e Vuoto.
L’autore, allievo di al-Fārābī, fu un cristiano giacobita, traduttore di Aristotele, divulgatore del Timeo di Platone, e filosofo egli stesso. Interessante è il modo, alquanto insolito, in cui Yaḥyā denomina nel titolo gli oggetti in discussione, e cioè «mawǧūdāt»: si tratta di un termine dalle molteplici connotazioni, ma che in filosofia islamica si trova soprattutto a indicare gli esistenti del mondo sublunare.
Yaḥyā è uno degli esponenti della «scuola di Baġdād», che era un importante centro di traduzione delle opere di Aristotele. Fortissimo è dunque, nel trattato, il peso dello Stagirita. Il maggiore interesse di questo trattato risiede, però, nei suoi spunti teorici, comparabili con le tesi di autori anche appartenenti a scuole radicalmente diverse. È importante rimarcare che parecchi punti del trattato (come la presentazione di Dio e il rapporto fra creatore-Fattore e creazione-manufatto) dimostrano che Yaḥyā era perfettamente integrato anche nella falsafah di matrice neoplatonizzante. Ciò fa supporre che egli conoscesse bene i termini del dibattito, date le somiglianze letterali di questi testi con quelli degli Iḫwān al-Ṣafā’. Osserviamo dunque come opinioni sorte in una fase ancora iniziale del pensiero islamico (fine del ix secolo) vengano a fondersi con quelle dell’epoca di Yaḥyā, detta «della rinascenza», e preparino il terreno alle più complesse formulazioni del secolo successivo.
Dunque, queste «voci» risultano importanti non solo come verifica della ricezione e dell’uso che, nel x secolo, si faceva delle opere di Aristotele, ma anche per gli altri grandi problemi dibattuti in quegli anni, che avrebbero influenzato i successivi sviluppi del pensiero islamico. Yaḥyā Ibn ‘Adī dimostra ancora una volta il suo valore filosofico, oltre che la sua importanza come testimone di Aristotele nel mondo arabo-islamico.
Ida Zilio-Grandi, Il «kitāb tahḏīb al-aḫlāq» di Yaḥyā Ibn ‘Adī († 974 / 363): riflessioni sul tema dell’etica nel periodo abbaside
Il discorso di Yaḥyā ibn ‘Adī sul comportamento virtuoso appare molto interessante per due motivi.
Innanzitutto guardando alla ricerca di una possibile convergenza fra diverse tradizioni culturali: questo piccolo trattato non utilizza alcuna espressione di senso religioso ed è guidato dalla riflessione filosofica; così, ha potuto essere assunto a modello da alcuni pensatori musulmani di epoca successiva e attribuito, nella storia, ad autori musulmani. A volte il testo prescinde perfino dalla ragione filosofica ed è guidato dalla semplice ragionevolezza: intende dunque testimoniare la possibiltà di un discorso sul buon comportamento che vada oltre ogni tradizione culturale, sia filosofica sia riconosciuta come rivelata; e induce a ritenere che il piano etico sia il luogo per eccellenza dei significati condivisibili e di un dialogo realmente fruttuoso.
Un altro elemento notevole è dato dal sostrato platonico – e non genericamente filosofico – della piccola opera: quando fa riferimento alla virtù come norma o principio ispiratore del comportamento, l’autore tocca, forse senza sospettarlo, un tema centrale dell’etica platonica, che evoca il primo libro della Repubblica.
Samir Khalil Samir, L’edizione critica del «Daf‘ al Hamm» di Elia di Nisibi (975-1046)
Preparare l’edizione critica del Daf‘ al Hamm ha comportato un notevole lavoro preliminare per il significativo numero di copie che di questo manoscritto sono giunte sino a noi. L’ampia diffusione di quest’opera è indice dell’importanza e della circolazione che questo documento ha avuto, e indica che certamente è stato molto letto. Il Daf‘ al Hamm, o «Libro per scacciare la preoccupazione», è un testo di sentenze che attingono dalla tradizione religiosa (vi sono passi dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento, del Ḥadīṯ); dalla tradizione locale (una serie di detti provenienti dal mondo beduino) e dalla tradizione filosofica greca e persiana. L’occasione per la sua composizione fu una grave malattia del visir ḥamdānita e grande letterato Abū l-Qāsim al-Ḥusayn Ibn ‘Alī al-Maġribī. L’autore sostiene che il primo rimedio per scacciare le preoccupazioni è la gratitudine e che occorre nutrire l’anima più che il corpo per poter vincere così le afflizioni. Il linguaggio di Elia è molto semplice e sembra invitare a dimenticarsi di tutto ciò che potrebbe alleviare le afflizioni di questo mondo; non sono i problemi della vita a renderci infelici; ma l’infelicità viene da noi, se noi siamo incapaci di accoglierli e di affrontarli.
Uomo di cultura, di scienza, di saggezza, di fede e soprattutto di dialogo e di pace. La sua meditazione sulla Creazione conduce a una riflessione filosofica e teologica sulla provvidenza divina che ha fatto tutto in modo perfetto per il bene dell’Uomo.
In quest’opera sapienzale mostra tutte queste doti, aiutando ciascuno a vivere sempre interiormente libero di fronte alle difficoltà che si possono incontrare, avendo imparato a «scacciare la preoccupazione». In termini odierni, si potrebbe dire «vivere sempre rilassato nonostante lo stress quotidiano». Non è questo il primo frutto della Saggezza?
Paolo La Spisa, Fonti indirette e nuove fonti manoscritte nell’opera teologica di Sulaymān al-Ġazzī
Gli influssi dell’opera di Giovanni Damasceno nella letteratura arabo-cristiana di area palestinese è di centrale importanza per comprendere i tempi e i luoghi in cui questo fenomeno culturale ebbe inizio.
Lo scopo di questo contributo è quello di delineare un primo abbozzo della questione delle fonti indirette individuabili nell’opera teologica di Sulaymān Ibn Ḥasan al-Ġazzī, con particolare riferimento all’ambiente melchita. Il tema delle fonti arabe circolanti tra gli storici e teologi melchiti tra ix e xi secolo, offrirà l’occasione per accennare alle sillogi teologico-sinodali confluite, nel corso della storia della tradizione, nei più svariati testi della letteratura melchita di lingua araba, come gli Annali di Eutichio di Alessandria e il Kitāb al-Burhān.
A partire da una citazione tratta dal De fide orthodoxa di Giovanni Damasceno, verrà proposto un nuovo parallelismo testuale, interessante per comprendere il successo che l’opera del Damasceno riscosse nella letteratura melchita palestinese tra ix e xi secolo, ma anche per interrogarci su quale fu la fonte a cui il vescovo di Gaza poté attingere al momento della redazione dei suoi trattati teologici.
Rimane aperta la questione relativa alle fasi del processo di trasmissione dei testi: si tratta di una trasmissione che rispetta l’ordine cronologico (De Fide orthodoxa – Kitāb al-Burhān – Radd) o la fonte dei testi arabi va cercata in traduzioni della trilogia damascenica in circolazione nel milieu arabo-melchita e confluite in sillogi anonime? Dai dati desunti dai cataloghi è possibile formulare due ipotesi alternative: o sono stati individuati due nuovi trattati di Sulaymān al-Ġazzī (una cronaca conciliare e un’opera a carattere eresiografico), oppure non è da escludere che si tratti di possibili fonti utilizzate dal vescovo melchita per la redazione del suo stesso Radd.
Mariam De Ghantuz Cubbe, Una traccia di attività teologica presso i maroniti nei primi anni del dodicesimo secolo: Tommaso di Kafartab
Il vescovo maronita Tommaso di Kafartab visse in una zona periferica e provinciale, lontano dai centri importanti della vita culturale e politica della capitale del califfato. Dalla comunità maronita, per il periodo abbaside, non ci è pervenuta alcun’altra opera letteraria all’infuori del suo «Trattato dei Dieci Capitoli»; in questo senso, e a ragione, si può parlare di “traccia” di attività teologica.
Redatto a seguito di una polemica svoltasi a partire dal 1089 d.C. fra lo stesso Tommaso e il Patriarca melchita di Antiochia, Giovanni, il trattato è da collocare fra l’ultimo decennio dell’xi ed i primissimi anni del xii secolo.
Ha contenuti di carattere teologico: la difesa della dottrina dell’unica volontà di Cristo (Monotelismo). Per la storia dei Maroniti il suo interesse è evidente in quanto si tratta dell’unica opera maronita medioevale pervenutaci. Ma qual è l’importanza di Tommaso di Kafartab nel quadro della storia della letteratura araba cristiana?
Egli è un testimone dell’esistenza di un’attività intellettuale, da parte di Cristiani che si esprimevano in lingua araba, fin nelle zone più periferiche e provinciali del califfato abbaside; zone periferiche, ma comunque centri intellettuali e politici non secondari.
Piuttosto che verso il mondo musulmano Tommaso, «un Siriaco del popolo della Siria», appare, così, vòlto verso un mondo bizantino ancora tanto vicino.
Le recenti scoperte di testi polemici in difesa della dottrina monotelita, di probabile provenienza maronita, risalenti al vii-viii secolo, redatti in lingua siriaca, e di cui si ritrovano echi nel trattato di Tommaso, ci mostrano questo autore come l’erede di una tradizione preesistente espressa in lingua siriaca, e che egli, fra i primi, trasferì in arabo.
Quest’ultima osservazione ci permette di formulare una valutazione a proposito della presenza di Tommaso fra gli scrittori arabo-cristiani del periodo abbaside: autore periferico e quasi estraneo, lo sguardo vòlto lontano, ha scelto di scrivere in lingua araba e di trasferire in lingua araba gli elementi di un patrimonio anteriormente nato e cresciuto in ambito siriaco. Ciò che è, in fin dei conti, il segno di un’appartenenza, o forse, di una semi-appartenenza, nel quadro di quella realtà composita e contrastata che è, in fondo, quella di tutti i Cristiani di lingua araba.
Awad Wadi, Le recensioni arabe della vita di Paolo di Tamma
La vita di Paolo di Tamma è oggetto di studio da oltre un secolo. Essa ci è pervenuta in arabo in più forme e recensioni, diverse per contenuto e per estensione, basate su un originale copto (o più originali, in diversi dialetti), giunto a noi solo in frammenti.
Pur senza voler considerare storici tutti i particolari della sua insolita vita (morì sette volte e sette volte il Cristo lo resuscitò) la presenza di molti personaggi della Chiesa copta ci induce a supporre che Paolo possa davvero averli incontrati e che sia vissuto tra la seconda metà del iv e la prima metà del v secolo. Dalle descrizioni delle sue peregrinazioni si può dedurre che l’autore della vita (o forse i traduttori arabi) non era familiare con la geografia dell’Alto Egitto; rimane, dunque, da effettuare l’identificazione delle località ricordate, servendosi degli studi finora fatti e, soprattutto, ciò sarà possibile dopo l’edizione dei due manoscritti rimanenti e alla luce dei frammenti copti.
Le diverse recensioni arabe sono un esempio di traduzioni dal copto, tra il x e il xiii secolo. Una volta terminato il lavoro di edizione, sarà fatto un confronto con i frammenti copti editi, per vedere quale dei testi arabi è più fedele a questi frammenti.
L’integralità dei testi arabi è un tipico esempio dell’importanza del patrimonio arabo-cristiano per comprendere la letteratura copta.


11: La letteratura arabo-cristiana e le scienze nel periodo abbaside














